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Per un bel po’ di tempo questo è stato il mio ascolto preferito. La band è fenomenale, si rifà al grande rock anni ’60 e lo esegue con una potenza tutta nuova, inserendo scenari sonori che lasciano senza respiro e che fanno decollare verso il loro cielo, a sfumature porpora. Piacerà anche alla generazione dei nostri padri.
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In circa un anno e mezzo ho avuto tempo di ascoltare e riascoltare questo strano caso bio-discografico (come al solito, se volete saperne di più c’è l’Enciclopedia de Noantri, o altri mezzi culturalmente più elevati come la corrispondenza su pergamena intestata, con sigillo di cera), e devo dire che ogni volta mi diverto un sacco. Zampino di Steven ‘Flying Lotus’ Ellison, il Muhammed Alì dell’elettronica di oggi. Vorrà dire, no?
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Uno dei motivi per cui ora vorrei avere 40 anni.
Un’obliquità in qualche modo familiare. Un modo di sperimentare sul ‘classico’ che è una novità. Una rilettura che è più un upgrade, tanto bene si integra col linguaggio originale quanto riesce a renderlo nuovo. Bacharach è dietro l’angolo, e secondo me ascolta con una punta d’invidia. Anno 1997.
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Non si capisce come abbiano fatto. Gli esperti, al cospetto dei Modern Lovers cambiano discorso e parlano di mutamenti climatici. Il sound di questa band è ancora fresco, sembra che possa essere stato elaborato da ventenni di oggi. E invece siamo a quarant’anni fa, in pieno periodo post-flower power. Attitudine lo fi e scazzata che anticipa Pavement e Strokes (solo un po’ più giocosa), suoni meravigliosamente brutti. Divertimento ai massimi. Forse il più grande classico tra i piccoli classici.
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Come ormai chi segue un pochetto il blog sa (approfitto per scusarmi con tutti voi per le mie latitanze degli ultimi giorni, e mi scuso anche per aver piazzato una mega-parentesi subito in apertura di articolo. Ma, si sa, anche le mega-parentesi sono fatte sì per essere aperte ma anche per essere chiuse, ed è esattamente quello che farò ora), i miei ascolti hanno un moto ciclico, come tutto l’universo. Ho i periodi, i trend personali. Ora come ora sto facendo una cura a base di atmosfere e beats elettronici, e ogni tanto ripesco i capisaldi che possono essere collegati a quello che sto ascoltando. Non vi dico l’imbarazzo quando ho scoperto che Peter Gabriel può essere collegato a tutto quello che ascolto e ascolterò mai. I primi due pezzi dicono molto di più di quanto altri grandi album dicano nella loro interezza, tanto per buttare lì un’altra mega-cosa. San Jacinto è i TV On The Radio trent’anni prima. La opener (quasi teatrale) The Rhythm of the Heat continua a sfuggirmi. Servo io per dirvi che Gabriel è uno che ci sa fare? Se sì, beh: Peter Gabriel è uno forte.
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Uno dei progetti più ambiziosi dell’ultima dozzina d’anni, la Cinematic Orchestra è crocevia tra molti mondi musicali (jazz, world music, hip-hop, elettronica, soul), e lo è in un gran bel modo. Qui dentro ci sono delle intuizioni speciali, che sono rese al meglio dalla band e dagli ‘ospiti’. Basta il primo minuto di disco: se entra dentro di voi, il resto è tutta discesa.
-paul-