Fare compilations occupa un ruolo di tutto rispetto nella mia vita. Ci sono giorni che mi viene da pensare che potrei farlo di professione, che sono proprio bravo, poi però mi manca sempre quel coraggio necessario per dire “ok, mi faccio levare una costola così posso arrivare laggiù, come altri han fatto prima di me”. E tutto torna normale, per quello che significa. Non si può negare, scherzi a parte, che la mia sia un’abilità rodata negli anni. Dovete sapere che mi cimentavo in questa disciplina già alle elementari, con le cassettine registrate dalla radio: ne prendevo una manciata e creavo una super-cassetta, contenente la sintesi dei miei sforzi, delle mie audio-catture. Le prede preferite all’epoca erano i megamix di radio deejay, specialmente le parti finali (quelle più techno e trance, che tempi ragazzi), che venivano trasmesse a tarda notte, e che potevo registrare solo programmando lo stereo, stereo che tra parentesi è ancora presente nella mia abitazione (trovatemi un ipod vecchio di vent’anni, su). Poi è arrivata la fine dei ’90, e con essa gli mp3s e il masterizzatore, e tutto si è semplificato. Nel frattempo, qualcos’altro stava cambiando in me: ho cominciato a suonare, ad ascoltare pop e rock facilmente ‘reperibili’, poi ho scoperto il punk e ne sono rimasto folgorato. Il punk ha avuto un ruolo importante sia nella mia personale formazione musicale che nella mia crescita come collezionista di dischi: per la prima volta, ho iniziato a ricercare i dischi, non potendo più andare a comprarli nei megastores, e ho imparato a fare un po’ di fatica in più per ascoltare quello che veramente volevo. Poi, un’esplosione di colori: ho assaggiato gli anni ’60, che con la loro universalità e omni-comprensività di linguaggi hanno finito per farmi innamorare della musica in tutte le sue forme, dalla psichedelia alle waves più o meno indipendenti fino ai giorni nostri, contemporaneamente al decadimento senza gloria di mtv.
In ogni fase della mia vita, le compilations (dalle più antologiche alle più fantasiose) che uscivano dal mio stereo o dal mio computer raccontavano di me, e come pittori facevano fedeli ritratti delle mie emozioni, delle mie passioni, dei miei lati più o meno visibili. Col passare del tempo erano diventate una cosa talmente personale che non poteva più essere mia. Così, dai 18-19 anni in poi, non ho più fatto compilations per me, ma esclusivamente per gli altri (pratica che era già in uso): per un compagno di scuola/università, per un amico, per una ragazza che mi piaceva, per la mia ragazza, per chi suonava con me, per chiunque me l’avesse chiesto. Se la mia band ha un concerto in un luogo che dista più di 3 ore di macchina, è molto probabile che scatti la ‘compila’, e se si va in tour ne scattano anche più di una (sono arrivato mi pare a 4 o a 5 in un colpo solo). Il tempo che impiego per creare queste opere d’arte è impensabile, credetemi. Di solito, per un lavoro sentito al massimo, se ci metto tutto me stesso e mi impegno a fondo, posso arrivare a impiegarci anche una settimana (pomeriggio dopo pomeriggio, non 24/7); è il minimo che ci vuole per decidere un concetto di fondo, selezionare il materiale ‘lordo’, fare un lungo lavoro su carta per scremare il tutto e capire che canzoni mettere, convertire il materiale in un formato audio coi fiocchi (disco dopo disco, niente download) e deciderne l’ordine. E dopo ci sono le revisioni, i ripensamenti, gli errori. Se poi si aggiunge il servizio extra-lusso dell’unione di un brano all’altro, il tutto si complica e i tempi si allungano. Ma il risultato vale sempre tutti gli sforzi compiuti.
In questa sede, volevo trascrivere la playlist dell’ultima compilation che ho fatto per un mio amico, il quale mi dà sempre un sacco di soddisfazione perché ascolta attentamente, con grande apertura mentale e piacere, onorando ogni secondo del mio lavoro. Insomma: i cds che faccio a lui sono sempre un successo, e così posso permettermi di lasciarmi andare, di mettere ogni tipo di brano, tanto so che la sua ricettività farà il resto. Scrivo questo perché il livello di conoscenza del destinatario di una compilation fa davvero la differenza in ambito di qualità complessiva. In questo caso specifico, ho puntato sul flusso cosmico, panta rei: ho messo semplicemente alcuni dei miei brani preferiti degli ultimi 2-3 mesi, musica che riecheggia ancora nella mia mente, che riempie le mie giornate, che mi fa andare avanti. Musica di prima, adesso e dopo. Musica ‘prossima’. Ho deciso di fare alcuni crossfades tra un pezzo e l’altro per seguire questo concetto, il processo è poi molto musicale (se fatto con orecchio) e dà quell’alone di unicità al lavoro, perché ogni canzone contiene frammenti di quella precedente e di quella successiva, e quindi si discosta leggermente dalla sua versione originale. Detto questo, ecco la scaletta:
- Barn Owl – Awakening
- Aliens – Blue Mantle
- Everything Everything – NASA Is on Your Side
- Libertines – the Good Old Days
- Sufjan Stevens – For the Widows in Paradise, for the Fatherless in Ypsilanti
- J-Dilla – U-Luv
- Fucked Up – the Other Shoe
- National – Apartment Story
- Mos Def – Auditorium
- Gonjasufi – Klowds
- Tim Hecker – Borderlands
- Ghostpoet – Survive It
- Richard Hawley – Tonight the Streets Are Ours
- Walkmen – Angela Surf City
- M.I.A. – Paper Planes
- Tame Impala – Lucidity
- Os Mutantes – Adeus Maria Fulo
- Bon Iver – Michicant
- Alexander Tucker – Atomized
- Vessels – Happy Accident
Non vi spiego nel dettaglio ogni movimento della scaletta, sappiate solo che questo è un esempio di compilation ibrida tra ‘artistica’ e ‘fotografica’: è cioè un numero di brani che sto ascoltando (per mia pienezza spirituale) nel momento del ‘montaggio’ e che metto in sequenza con creatività, in alcuni casi stando attento alle armonie e agli accordi. Ci sono anche i metodi ‘antologico’, ‘scientifico’ e ‘sentimentale’ per fare compilations, ma vista l’ora e la lunghezza di questo articolo è meglio se ve ne parlo in un secondo tempo.
-paul-