Non ho mai avuto un grande rapporto con l’attività fisica. Chiarisco: mi è sempre piaciuto giocare all’aperto, ma quando si tratta di dare una prestazione fisica di un certo rilievo, che non sia svitare il tappo di una bottiglietta di plastica o lanciare un oggetto più distante che si riesce, mi manca quel quid dei grandi campioni. E anche quel quid dei piccoli campioni. E anche quel quid delle persone normalissime. Però una volta alle medie ho vinto un torneo di ping-pong. Il problema è che giocare all’aperto mi piace tuttora, ma sembra che, nel mirabolante cerchio della vita, sia rimasto l’unico della mia età a cui piace fare due tiri a calcio, a frisbee, a basket, o con la palletta da football. Ma a cosa serve una palletta da football se non hai nessuno a cui lanciarla? E perché dovresti spolverare il frisbee se le tue chances di successo per una session di lancio sono sotto il 4%? Escludendo anche il calcio, rimane solo il basket. Campi da basket ce ne sono, e per me che tutto è introspezione e riflessione, giocare da solo non è nemmeno così male, da piccolo lo adoravo; il problema è che dopo 30 minuti mi circondano dei 7enni che regolarmente mi chiedono se possono giocare con me, e che regolarmente io faccio giocare, anche se loro, come è sacrosanto vista l’età, dicono un sacco di stronzate, chiamandosi l’un l’altro ‘cicciobuffone’ o ‘scioccotto’, senza considerare che quando capitano dalle mie parti gli 11 e i 12enni, si va dritti dritti verso il ‘merda’ e il ‘ghesboro’, ma soprattutto IL GIOCO-MI-SI-INTERROMPE! Insomma: not my cup of tea. Quindi, che fare? Come sfogare il mio desiderio di fare un po’ di movimento e di divertirmi -ahimé- da solo? La bicicletta è buona nel weekend, quando ho un po’ più di tempo, anche se prima o poi finisco per incalcarmi nel traffico provinciale. Ma se torno da lavoro (a proposito: qualcuno vuole mantenermi e io sto ogni giorno a comporre musiche? Chiedere non costa nulla…) e voglio giocare? Rimane la corsa, con molta cautela, visto che peso un sacco (312kg) e già una volta correndo mi sono fatto male al ginocchio. Quindi, con calma, un mesetto e mezzo fa, massimo una volta la settimana, ho ri-cominciato ad avvicinarmi alla corsa, che per me vuol dire solo una cosa: musica. Con andatura da tricheco, mi vedrete, cuffie sulla testa, disturbare gli abitatori del Paradiso per un periodo di tempo variabile. Tutto sommato, è una specie di gioco, no? Ebbene, oggi, il tricheco ha maledetto i cieli per ben 35 minuti, suo record personale. Per voi sarà normale, ma per me è stato un trionfo, qual grande giornata! Ma non ce l’avrei mai fatta se non avessi avuto una grande colonna sonora a farmi compagnia e a sostenermi nelle mie maledizioni. Chiunque tu sia, Zomby, grazie. Dite che l’ho presa un po’ larga? Cacchio, a ‘sto punto potevo iniziare con “Sono sempre stato un bambino diverso dagli altri. Emarginato, solitario, introspettivo, osservatore. Mentre, all’età di otto anni, i miei coetanei si ritrovavano a gozzovigliare per le strade di Blackpool, io passavo le mie giornate a contare quante volte la signora Winfield passava lo straccio su ciascuno dei pezzi colorati che componevano la vetrata est della piccola chiesa di St. Andrew, poco oltre la tenuta dei Woodson, al di là del fiume. In qualsiasi periodo dell’anno, compreso il rigido inverno, mi accampavo ai piedi di un grande arbusto, che mi faceva al tempo stesso da nascondiglio e da paravento, e osservavo, memorizzando ogni gesto. Sapevo tutto di ciascun pezzo di vetro. Sapevo quante volte era stato passato con lo straccio in una giornata, in una settimana, in un anno. Sapevo che, durante lo scorso anno, il vetro blu era stato pulito, rispetto a quello giallo, 108 volte in meno. Sapevo che la signora Winfield aveva per disgrazia rotto un pezzo rosso della vetrata, incolpando un volatile e facendola franca. In pratica, ogni qualvolta la signora Winfield svolgeva i suoi compiti alla chiesa, non c’era null’altro ad interessarmi. Finché un giorno notai strani movimenti provenire da un altro arbusto, situato a circa una trentina di piedi dal mio nascondiglio…”… Sì, potevo iniziare così.
-paul-